Neurofeedback e Peak Performance





Oltre al suo utilizzo in campo clinico, il Neurofeedback si è dimostrato altamente efficace per il miglioramento delle performance atletiche attraverso l’aumento dell’attenzione e della concentrazione, nella riduzione dell’ansia da prestazione, e nell’incremento dell’equilibrio fisico e sensomotorio. Il Neurofeedback può essere efficacemente utilizzato in tutti quegli sport che richiedono un alto livello di concentrazione (golf, tiro con l’arco, calcio etc.) e recentemente le sue applicazioni si sono rivelate particolarmente indicate anche in campo artistico (danza, musica e recitazione). Dalle ricerche dell’Imperial College London, sono pervenuti risultati incoraggianti con il miglioramento del 17% nelle performance di 97 studenti del Royal College of Music. Il programma di Neurofeedback, è da tempo, parte essenziale nei programmi di addestramento degli astronauti della NASA e di molti atleti olimpici. 


Infatti, uno dei protocolli maggiormente utilizzati nel Neurofeedback, cioè il training alfa-theta, è stato pensato per indurre nella persona uno stato di profonda concentrazione/immersione che stimola la creatività e la produzione artistica. La concentrazione e l’equilibrio emotivo sono elementi chiave nella performance sportiva e artistica e, quello che avviene nel training Neurofeedback, è proprio l’allenamento delle funzioni cognitive per raggiungere maggior destrezza e flessibilità mentale. 


Inoltre, la metodologia del Neurofeedback, trova utilizzo anche in molteplici circostanze, dove bisogna essere al massimo dell’efficienza cognitiva per svolgere importanti mansioni. Ad esempio i dirigenti d’azienda possono beneficiare del training per potenziare le loro capacità di leadership, ridurre lo stress e migliorare la gestione del tempo, così come i chirurghi possono aumentare la concentrazione e affinare le capacità sensomotorie. Abituare il cervello a lavorare in modo più focalizzato e produttivo significa disperdere meno energia mentale e mantenere il controllo emotivo, abilità che ci permettono di trarre il massimo in ogni circostanza.

Ipnosi: niente trucchi e niente inganni, lo dice il nostro cervello


Oggi arriva una nuova conferma che l’ipnosi sia una vera e propria realtà del nostro cervello e non un mito o una leggenda come ancora spesso si crede. Questa volta le prove scientifiche provengono da un a ricerca del Prof. David Spiegel, del quale ho avuto il piacere e l’onore di fare personalmente conoscenza durante la mia formazione.


Abbiamo già più volte posto l’accento sulla cosiddetta realtà neurofisiologica dell’ipnosi, ovvero sulla particolare attività elettrica cerebrale che spesso si è osservata durante l’ipnosi e che la contraddistingue radicalmente sia dal sonno sia dal normale stato di veglia. Un particolare stato mentale e cerebrale in cui è possibile accedere a contenuti e risorse individuali per promuovere cambiamenti nel comportamento o intervenire sulla rimozioni di traumi emotivi.

Il Prof. Spiegel e i suoi collaboratori hanno infatti evidenziato, attraverso scansioni di risonanza magnetica funzionale, che il cervello delle persone altamente ipnotizzabili si attiva in modo differente rispetto alle persone scarsamente suscettibili all’ipnosi.
In particolare, nel gruppo delle persone altamente ipnotizzabili, gli autori hanno osservato una diminuzione dell'attività nella parte dorsale della corteccia cingolata anteriore. Questa area cerebrale è particolarmente coinvolta nell’attenzione, una sorta di “guida” verso lo stimolo a cui dobbiamo stare attenti, che non a caso è fortemente attivata quando qualcosa ci preoccupa. Questo peculiare tipo di attivazione è associata a quello che viene definito absorption, cioè uno stato di particolare assorbimento mentale in cui la persona è talmente rivolta e assorta in qualcosa da escludere e non preoccuparsi di altre cose.

Oltre a questa particolare forma di attivazione cerebrale, gli autori hanno rilevato un aumento nella connessione tra due aree del cervello, la corteccia prefrontale dorsolaterale e l'insula. Questa tipo di attivazione, durante l’ipnosi, permetterebbe al cervello di prestare maggiore attenzione e controllo sul corpo.
Infine, gli autori hanno osservato anche una diminuzione della connessione tra la corteccia prefrontale dorsolaterale e il circuito chiamato default mode network, una serie di strutture che sono attive durante tutti quei momenti in cui pensiamo e riflettiamo, compresi i pensieri sul futuro e sul passato.

Queste tre osservazioni funzionali del cervello sotto ipnosi potrebbero spiegare, da un punto di vista neurobiologico, l’efficacia dell’ipnosi nel ridurre lo stress, l’ansia e il dolore, nel cambiamento di abitudini e comportamenti a livello terapeutico, nel promuovere l’autoconsapevolezza e l’equilibrio mente-corpo.

Riprendendo le parole del Prof. Spiegel: “L’ipnosi non è uno strano trucco da salotto… è un modo differente in cui il nostro cervello può funzionare”. 

Su quest’ultima affermazione mi piace sottolineare qualcosa che è ovviamente nota agli esperti del settore ma che spesso è ancora fraintesa o non completamente chiara alla maggioranza delle persone: e cioè che la disposizione individuale ad essere ipnotizzabili non è assolutamente una caratteristica di persone deboli, influenzabili o dipendenti, anzi, è al contrario una potenzialità spesso associata all’intelligenza, alla capacità di astrazione, all’immaginazione ed all’introspezione. Certo, ci sono importanti differenze tra le persone infatti ci sono alcuni individui che rispondono scarsamente all’ipnosi, ma l’ipnosi è qualcosa che si può anche pian piano imparare e migliorare, che permette un’esperienza ricca di sensazioni e di comunicazione tra mente e corpo di cui nella vita quotidiana stentiamo a prestare attenzione.  

L'equilibrio psicofisico e il "being in the zone"




In campo sportivo e agonistico c’è un modo di dire che viene usato per definire il raggiungimento di uno speciale stato mentale di focalizzazione e concentrazione mentre la persona è intenta a svolgere una attività, ovvero “being in the zone”. Questo modo di dire si riferisce al concetto di flusso e venne introdotto dallo psicologo Mihály Csíkszentmihályi come condizione caratterizzata non solo dalla concentrazione sull’atto specifico, ma anche dalla motivazione e dalla gratificazione associate allo svolgimento dell’attività stessa.
Normalmente, ognuno di noi sa che ci si può concentrare su una determinata cosa e cercare di non farsi distrarre da altro, ma l’essere al centro del flusso vuol dire essere così assorbiti da una attività da arrivare ad escludere dalla nostra mente anche il concetto di tempo, le sensazioni spiacevoli e le sensazioni fisiologiche proprio come avviene nella trance agonistica.
Questo stato mentale di presenza nel flusso sembra distinguere i campioni sportivi e gli atleti migliori dai loro competitori proprio perché essi sono in grado di sperimentare uno stato di concentrazione in cui le sensazioni e le abilità motorie sono in completa armonia. Come è facile immaginare, questa condizione di essere nel flusso si rileva fondamentale non solo per la categoria sportiva ma anche per un grande varietà di persone che svolgono lavori in cui occorre grande concentrazione, coordinazione, capacità di gestire le distrazioni e lo stress (chirurghi, musicisti, dirigenti, operatori di emergenza, etc…)
Dal punto di vista cerebrale questa condizione di essere nel flusso corrisponderebbe ad uno stato in cui la persona sperimenta una fusione tra il pianificare e il mettere in atto, tra la percezione e l’azione, quello che viene chiamato binding (legame) ed è contraddistinto dall’emergere delle onde cerebrali gamma e da quelle alfa, ritmi che sono entrambi legati alla concentrazione e alla riflessione interiore. Lo stesso stato è associato alla meditazione e può essere facilmente indotto nei monaci che la praticano. Ciò che caratterizza questo stato è anche una coerenza e un bilanciamento nell’attività dei due emisferi cerebrali, infatti gli emisferi sono caratterizzati da alcune specifiche differenze nella regolazione del comportamento, in generale il destro governa la parte emotiva e il sinistro quella più razionale e cognitiva. Ma nessuno dei due emisferi può operare individualmente anche se spesso l’uno può sovrastare l’altro e questo incide sulle rappresentazioni, sui pensieri e sul vissuto emotivo di ciascuno di noi. Quando siamo nel flusso, al centro sperimentiamo la fusione e l’unitarietà con cui i due emisferi operano insieme e il risultato è una fluidità che caratterizza il pensiero e l’azione. È più chiaro ora che essere nel flusso non riguarda solo la performance agonistica ma può essere utile anche nel quotidiano, ogni volta che si ha la necessità di porsi lucidamente verso un problema, di immaginare come venir fuori da una situazione senza farsi sopraffare dalle emozioni, restando al centro del flusso.


Possiamo apprendere il modo di arrivare a questo stato di concentrazione attraverso la meditazione, la visualizzazione guidata e l’autoipnosi o agire dal punto di vista dell’attività cerebrale, stimolando la produzione delle onde gamma e alfa nel nostro circuito cerebrale con l’ausilio del Neurofeedback.
Attraverso le sedute di Neurofeedback è infatti possibile autoregolare la presenza di un determinato tipo di onde cerebrali tramite la loro visualizzazione direttamente sullo schermo del computer, in tempo reale.
Il Neurofeedback è per questo motivo ampiamente utilizzato da tempo in ambito sportivo e per il trattamento dei disturbi da stress, ansia, iperattività e deficit dell’attenzione, ma anche per tutte quelle situazioni in cui si osserva un eccessivo sbilanciamento nella connettività/sincronizzazione tra gli emisferi cerebrali come nei disturbi depressivi.